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venerdì 18 marzo 2011

DOBBIAMO INVERTIRE LA ROTTA


Ravenna - "Presto gli ipermercati spariranno"


A sostenerlo Gabriele Tagliaventi, architetto e urbanista bolognese, che spiega il perché anche in Italia, come negli Usa, quel modello va verso la demolizione: "E' antieconomico ed antiecologico"

RAVENNA - “Io credo che l’urbanistica sia lo specchio di una società e noi oggi viviamo in una società molto caotica”. Il colloquio con l’architetto e urbanista bolognese Gabriele Tagliaventi si conclude così, con una massima che rimane impressa mentre si guida in periferia, con lo sfondo attraversato da gigantesche insegne di ipermercati e grandi centri commerciali. Tagliaventi sostiene che tra dieci, “forse vent’anni a seconda di quando passerà la crisi”, non sarà più così. Che in Italia, come già avviene negli Stati Uniti, gli ipermercati verranno demoliti e al loro posto nelle periferie sorgeranno nuovi “quartieri urbani integrati”.

Architetto Tagliaventi, perché in America demoliscono gli ipermercati?
“I fattori che incidono sono essenzialmente tre. Il primo riguarda il ‘politically correct’, vale a dire la consapevolezza che questi centri sono dei generatori di traffico impressionanti e quindi di inquinamento”.

E gli altri due?
“Sono di ordine economico. Innanzitutto l’aumento dei prezzi della benzina: a metà anni Novanta costava meno dell’acqua, negli Stati Uniti, poi il prezzo è salito. Per loro non è indifferente. In secondo luogo c’è una questione speculativa: i costruttori quando fanno un ipermercato devono adibire una superficie di eguali dimensioni a parcheggio. E’ evidente che è una operazione sconveniente. Gli americani alla fine degli anni Novanta hanno capito che in un’area di quelle dimensioni conviene costruire un quartiere. Ci guadagna l’ente pubblico, l’azienda e i cittadini. Così nascono i quartieri integrati al posto degli ipermercati di periferia. E’ la fine dell’era degli ipermercati, come titolò la Cnn già nel 2003”.

Ma è una strada che possiamo percorrere in Emilia-Romagna?
“Certo. La nostra regione, insieme al Veneto, è quella che ha importato maggiormente il modello di città diffusa, a bassa densità, americano. E’ uno schema urbanistico che incoraggia l’uso dell’auto. Oggi Ferrara, Ravenna, Modena, Bologna sono città all’americana, costruite secondo il modello che si usava negli Usa cinquant’anni fa”.

Ravenna - "Presto gli ipermercati spariranno"


A sostenerlo Gabriele Tagliaventi, architetto e urbanista bolognese, che spiega il perché anche in Italia, come negli Usa, quel modello va verso la demolizione: "E' antieconomico ed antiecologico"


RAVENNA - “Io credo che l’urbanistica sia lo specchio di una società e noi oggi viviamo in una società molto caotica”. Il colloquio con l’architetto e urbanista bolognese Gabriele Tagliaventi si conclude così, con una massima che rimane impressa mentre si guida in periferia, con lo sfondo attraversato da gigantesche insegne di ipermercati e grandi centri commerciali. Tagliaventi sostiene che tra dieci, “forse vent’anni a seconda di quando passerà la crisi”, non sarà più così. Che in Italia, come già avviene negli Stati Uniti, gli ipermercati verranno demoliti e al loro posto nelle periferie sorgeranno nuovi “quartieri urbani integrati”.
Architetto Tagliaventi, perché in America demoliscono gli ipermercati?
“I fattori che incidono sono essenzialmente tre. Il primo riguarda il ‘politically correct’, vale a dire la consapevolezza che questi centri sono dei generatori di traffico impressionanti e quindi di inquinamento”.
E gli altri due?
“Sono di ordine economico. Innanzitutto l’aumento dei prezzi della benzina: a metà anni Novanta costava meno dell’acqua, negli Stati Uniti, poi il prezzo è salito. Per loro non è indifferente. In secondo luogo c’è una questione speculativa: i costruttori quando fanno un ipermercato devono adibire una superficie di eguali dimensioni a parcheggio. E’ evidente che è una operazione sconveniente. Gli americani alla fine degli anni Novanta hanno capito che in un’area di quelle dimensioni conviene costruire un quartiere. Ci guadagna l’ente pubblico, l’azienda e i cittadini. Così nascono i quartieri integrati al posto degli ipermercati di periferia. E’ la fine dell’era degli ipermercati, come titolò la Cnn già nel 2003”.
Ma è una strada che possiamo percorrere in Emilia-Romagna?
“Certo. La nostra regione, insieme al Veneto, è quella che ha importato maggiormente il modello di città diffusa, a bassa densità, americano. E’ uno schema urbanistico che incoraggia l’uso dell’auto. Oggi Ferrara, Ravenna, Modena, Bologna sono città all’americana, costruite secondo il modello che si usava negli Usa cinquant’anni fa”.
Perché secondo lei questo è un modello perdente?
“Innanzitutto perché è inquinante e dipendente dal petrolio. In queste città non è possibile vivere senza auto perché tutto è decentrato, compresi i servizi comunali. A Parigi, Madrid, New York, il cittadino si muove tranquillamente con i mezzi pubblici. Così, oggi, viviamo un interessante paradosso”.
Quale?
“Che si vive meglio nelle grandi città che nelle piccole. Il contrario di quanto succedeva anni fa. Nelle città a bassa densità non è possibile allargare la rete dei trasporti pubblici a tutta la cittadinanza perché non è conveniente, si creano ipermercati e si svuotano i centri storici, questo porta a problemi di sicurezza. Si crea un circolo vizioso. Ma, a parole, si va nella direzione opposta”.
Già, la ‘città delle biciclette’...
“Esatto. La ‘città delle biciclette’, la ‘città a misura di pedone’, e tanti altri slogan simili messi in campo dalla politica. In realtà viviamo nella città del Suv, come in Texas dove si va a fare la spesa a chilometri di distanza. Ma i texani ce l’hanno nel sangue, è un fatto culturale: non pretendono di vivere nella città della bicicletta. Del resto, lei ha mai visto qualcuno andare a fare la spesa al centro commerciale in bicicletta? E’ evidente che ci vuole l’automobile da cui siamo sempre più dipendenti”.
Ma è solo per colpa degli iper che si svuotano i centri storici?
“Degli ipermercati e delle politiche che vietano l’accesso delle auto in centro. Questo è un altro paradosso. Viviamo nella civiltà delle automobili e facciamo le giornate ecologiche in cui si vieta l’accesso ai centri storici, lasciando libere le persone di andare negli ipermercati che sono i più grossi generatori di inquinamento”.
Hanno ragione i commercianti, allora.
“Certo. La città italiana all’estero è un marchio, tanto che viene copiata come succede già a Boston e in tantissime altre zone del Nord America. Gli altri ci copiano le città, noi che le abbiamo a disposizione le svuotiamo. Se non ci fossimo dentro, sarebbe un caso da studiare antropologicamente”.
Conosce il mercato coperto di Ravenna?
“Sì, è una struttura meravigliosa”.
Lo sa che Coop Adriatica e un consorzio di cooperative di costruttori hanno vinto il progetto per la riqualificazione? Dicono che il modello sarà l’Ambasciatori di Bologna.
“Io penso che la riqualificazione dell’Ambasciatori sia stata positiva: era un ex cinema abbandonato. Per quanto riguarda il mercato coperto di Ravenna, aspettiamo. Se i commercianti al loro interno non potranno restare si tratterà di un impoverimento del centro. I mercati hanno un ruolo importante: Barcellona ha un piano del commercio basato su di essi. E’ una grande città? Beh, a Plessis-Robinson, un comune alle porte di Parigi simile alle nostre piccole città quanto a dimensioni, hanno fatto lo stesso”.
A proposito di cinema, il discorso degli ipermercati vale per le multisale?
“Sì, la logica è la stessa. Creando multisale periferiche i cinema in centro vengono chiusi e la città si impoverisce anche nelle ore serali. Questo a discapito della sicurezza. Quando il centro è vissuto e ci sono persone che vanno al cinema, vetrine che illuminano e dalle quali i negozianti vedono quello che succede all’esterno, la città è in un certo senso già presidiata. E’ più difficile, invece, coprire con le poche forze di polizia tutte le zone della città diffusa”.
Ma anche nel caso in cui gli ipermercati vengano demoliti e si costruiscano piccoli spazi commerciali, poi ci saranno gli esercenti pronti a riempirli?
“L’osservazione è giusta ma bisogna fare una premessa: prima di progettare bisogna compattare la città, trovare il giusto equilibrio. Non può funzionare una lottizzazione con molti negozi in una zona che non ha abbastanza abitanti, quindi clienti, per sostenere le attività. La difficoltà è tutta qui, il problema è nella densità abitativa che deve essere giusta. Ma le grandi catene si stanno accorgendo che il modello non funziona: non a caso cominciano ad essere costruiti minimarket in città”.
Il problema alla base di che ordine è? Culturale?
“Per prima cosa c’è il nostro provincialismo: abbiamo importato dall’America con vent’anni di ritardo cicli economici che là si erano già esauriti. Pensi ad esempio al Mc Donald’s o a Blockbuster. Lo stesso vale per i centri commerciali e per gli outlet”.
Nell’ultima variazione del piano del Commercio, la Provincia di Ravenna in sostanza giustifica l’ampliamento della superficie della grande distribuzione sostenendo che le altre città ne ha di più, quindi i cittadini si sposterebbero da una città all’altra...
(sorride) “Questo è un ragionamento che fanno molte amministrazioni. Invece dovrebbero dire: ‘Il Comune vicino ha l’ipermercato? Bene, io potenzio il centro storico’. Purtroppo sono logiche che la politica scoprirà fra dieci, forse vent’anni, ma vedrà che prima o poi la tendenza al quartiere integrato arriverà anche da noi. L’ipermercato è un modello antieconomico ed antiecologico. In Europa si ragiona già così, soprattutto in Francia, in Italia ancora no. A Bologna la Provincia prevedeva qualche anno fa l’apertura di ventitré strutture mentre negli Stati Uniti ne chiudevano migliaia. Insomma: Bologna batteva Usa 23 a 0”.
Quante colpe ha la politica?
“C’è confusione e questo si riversa sulle scelte urbanistiche. Poi nel centrodestra sostengono che l’ipermercato è una forma di libertà, dall’altra parte dicono che è una forma di cooperazione. Ma in Italia non abbiamo petrolio, non abbiamo minerali, la nostra più grande ricchezza è la città medioevale e rinascimentale con le sue bellezze: investiamo su di essa”.
Alessandro Montanari
S. Francesco ecologista ante litteram

DALAI LAMA

DOMANDA:COSA L'HA SORPRESA DI PIU' DELL'UMANITA'?E Lui ha risposto:

"Gli uomini... perché perdono la salute per fare soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Perché pensano tanto ansiosamente al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera non riescono a vivere né il presente né il futuro. Perché vivono come non dovessero morire mai e perché muoiono come non avessero mai vissuto.